Il “Fotografo Somaro”: Settimio Benedusi

Un paio di giorni fa si è tenuto il quarto appuntamento di Lectio magistralis di fotografia e dintorni all’interno del Salone d’Onore de della Triennale di Milano. Era la volta di Settimio Benedusi, fotografo italiano famoso soprattutto per i suoi lavori per Sport Illustrated.

L’Associazione Fotografi Italiani Professionisti e la CNA Professioni hanno organizzato questa serie di incontri con diversi gradi fotografi italiani intitolata Lectio Magistralis di fotografia e dintorni della quale ho già scritto in occasione della conferenza di Giorgio Lotti, mancano ancora solo altri due incontri, consiglio vivamente di non mancare.

[AGGIORNAMENTO 03/06/13]
Alessia Glaviano (photoeditor di Vogue Italia) ha scritto un interessantissimo articolo a proposito di questa conferenza.

Benedusi: afip.it
Benedusi / afip.it

Il 30 maggio c’è stato l’incontro tenuto da Settimio Benedusi, il quale si è presentato vestito da scolaretto e con un cappello da somaro, introdotto dall’attore Giorgio Ginex e stimolato dal famoso designer&architetto Fabio Novembre.

Avevo già scritto qualche riga riguardo Settimio in occasione del Photoshow2013, per chi non lo conoscesse è un egocentrico fotografo italiano, o come preferisce definirsi lui egologico, criticato da molti idolatrato da tanti altri, a mio parere è semplicemente uno di quelli che ha capito meglio in cosa consista il mestiere del fotografo al giorno d’oggi. In passato il fotografo era quello che fotografava ma, riflettendoci, ora chiunque fotografa, con uno smartphone o con una reflex, si potrebbe quindi dire che chiunque sia un fotografo? A mio parere il fotografo attualmente non è più quello che comunica sempre e solo attraverso le immagini, quello è d’obbligo, è ovvio, ma non basta, ci vuole di più. Bisogna essere comunicatori, bisogna essere dei personaggi. Il mestiere del fotografo è profondamente mutato e chi non se ne rende conto difficilmente arriverà da qualche parte.

Durante la conferenza Benedusi ha fatto un discorso che ho molto apprezzato, parlando appunto della popolarità della fotografia ha fatto un esempio: si può bendare una qualsiasi ragazza/o, darle in mano una macchina fotografica e accompagnarla in giro per Milano, ogni dieci secondi dovrà scattare una fotografia, guidata dal suo istinto, dal caso o da quello che preferisce. Dopo una giornata di scatti grazie ad un buon editing questa ragazza sarà in grado di creare una storia di dieci immagini che ha scattato durante la giornata, bendata. Di questi dieci scatti sarà possibile fare una mostra e nessuno potrà dire nulla, quelle dieci foto saranno fatte bene.

Il fatto sta lì, al giorno d’oggi fare foto belle o comunque fatte bene è facile. Con i mezzi che ognuno di noi ha a disposizione chiunque potrebbe potenzialmente fare capolavori e grazie a tutti i vari automatismi tutto questo è sempre più semplificato. Ed ecco il problema: quando una cosa è troppo facile risulta difficile, soprattutto per chi deve viverci.

Qualcuno (non sono riuscito a trovare esattamente chi l’abbia detto) dice:

“Scrivere è facile per tutti, tranne che per gli scrittori.”

Settimio tramuta in:

“Fotografare è facile per tutti, tranne che per i fotografi.”

E’ molto meglio una fotografia brutta che abbia un senso, il fotografo deve essere il senso non la bellezza, chiaro, bisogna far riuscire a combaciare le due cose ma la cosa più importante è cosa si vuole comunicare, la fotografia è solo un mezzo.

Una delle cose che più mi ha fatto riflettere è legata a discorsi che avevo sentito fare anche da Toni Thorimbert e Giovanni Gastel (l’articolo che avevo scritto è qui), vale a dire: il fotografo parla di se stesso nelle proprie immagini, della propria storia. Toni a 16 anni fotografava i suoi coetanei che fumavano e molti anni dopo finisce per fotografare dei modelli per un servizio fotografico che fumano esattamente alla stessa maniera. Benedusi da ragazzo fotografava le sue amiche al mare ad Imperia, sua terra d’origine, anni dopo fa foto diverse ma riprese da quelle stesse immagini scattate molto tempo fa.
Gastel all’interno della fotografia ricerca l’errore. Benedusi dice di amare gli imprevisti, amare gli errori, cercarli, se una fotografia è perfetta è noiosa. E’ proprio quando escono gli imprevisti che escono i lavori migliori, bisogna osare dove gli altri avrebbero mollato, se si sente che si deve fare una fotografia bisogna farla, senza troppi se e troppi ma. 

FLAME ZONE:
Perché i fotografi italiani non lavorano per le riviste italiane?

Qualche giorno fa parlando con Alessia Glaviano (photoeditor di Vogue Italial’Uomo Vogue e responsabile di PhotoVogue) qualcuno ha fatto la domanda:

Come mai la quasi totalità dei fotografi che lavorano per Vogue Italia e altre riviste top non sono italiani? Sulla copertina della rivista c’è scritto Italia ma il magazine non contiene quasi mai foto italiane. Essere stranieri è un vantaggio? Non potrebbe essere bello fare una volta l’anno un numero di Vogue Italia fatto esclusivamente da fotografi italiani?

Lei ha risposto che in Italia ci sono pochissimi fotografi di moda e che molti di quelli che si definiscono di moda dovrebbero solo cambiare mestiere. Non ci si può permettere di spostare intere produzioni in Italia (nel caso si volesse trovare un compromesso e far scattare fotografi stranieri in italia) e che non ha totalmente senso fare un numero prodotto solo da fotografi italiani perché sarebbe una dimostrazione di chiusura mentale.

Settimio due giorni fa, durante la conclusione della sua presentazione, ha mostrato una carrellata di fotografie pubblicate su riviste top del settore, tutti i fotografi che hanno realizzato i servizi non sono italiani e dunque ha esposto la stessa domanda:

Perché i fotografi italiani quasi non lavorano per le riviste (italiane e non)? e perché le campagne pubblicitarie di marchi italiani sono fatte solo ed esclusivamente da fotografi non italiani? Abbiamo grandissimi fotografi in Italia, per quale ragione non dovrebbero lavorare? In italia sono state distrutte due generazioni di fotografi.

Dopo queste parole c’è stata una standing ovation da parte dell’intera platea (non saprei fare stime precise, ma sicuramente diverse centinaia di persone).

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