Più si fotografa meno si scatta

Riflettendoci… chi scatta di più? Un fotografo o un appassionato? Secondo l’immaginario collettivo un fotografo è colui che vive con la sua macchina fotografica appesa al collo, un po’ come fosse un turista giapponese. E’ vero? E’ così? Parliamone.

Per come ho potuto notare, osservando le persone che mi circondano e cercando di osservarmi da fuori, in terza persona, più ci si ritrova immersi nel mondo fotografico più ce ne si allontana. Più la fotografia diventa la propria vita più nei momenti liberi si cerca di staccare. Più si fotografa, meno si scatta.

Credo sia un percorso naturale, se passiamo le nostre giornate a organizzare servizi/set fotografici appena avremo un momento libero cercheremo di lasciare la macchina fotografica a casa, non era così prima di fare della fotografia la propria vita, era l’esatto opposto, il momento libero diventava quello con la macchina fotografica in mano.

Qualche tempo fa, mentre archiviavo le mie foto, mi sono soffermato ad osservare il numero di fotografie scattate di anno in anno: da quando mi sono trasferito a Milano per studiare fotografia il numero di foto scattate è cresciuto di molto, è ovvio, ma guardando poi il tipo di foto scattate di anno in anno mi sono reso conto di una triste verità, non scatto più le cosiddette foto ricordo.

Le foto ricordo, esattamente, quelle tanto disprezzate, discriminate, sottovalutate, proprio loro. Il mio archivio fotografico comprende centinaia, migliaia, decine di migliaia di fotografie scattate in studio, set organizzati con ognuno alle spalle uno staff, ognuno che compie il suo mestiere, ma il fotografo, io, dove sono finito?

Una domanda che ognuno dovrebbe porsi, in maniera provocatoria, è: quando tra mille anni qualcuno troverà il mio archivio fotografico, capiranno chi ero? Capiranno la mia storia? Capiranno chi ha scattato quelle millemila foto?

La fotografia è un linguaggio, impariamo a raccontarci.

Per una scusa o per l’altra ci si ritrova a smettere di scattare foto ricordo:
ho solo reflex, la reflex pesa, sono macchine costose, ho paura che me la rubino, è ingombrante, non ho voglia di girare con lo zaino e mille altre motivazioni.

Si finisce così per diventare pigri, l’occhio non si allena in continuazione a cercare nuove fotografie, non si osserva più il mondo che ci circonda, si smette di vivere su questo pianeta, fotograficamente parlando.

A mio parere chiunque dovrebbe mantenere una sorta di diario fotografico, per tenere sempre gli occhi allenati e raccontare la nostra storia. Privato o pubblico che sia (per esempio con Tumblr) può essere uno strumento utile e divertente da creare, insomma, tutti pregi e nessun difetto. Proprio per questo motivo qualche tempo fa ho comprato una macchina fotografica compatta, ormai con le tecnologie che esistono si possono fare foto di alta qualità con aggeggi che stanno tranquillamente in tasca. Mese dopo mese mi stavo alienando sempre di più dal mondo che mi circondava, e grazie a questa piccola macchinetta invece ho ripreso ad osservare, cercare foto, guardare la luce, le espressioni, gli ambienti.

Ho sempre a portata di mano il cellulare così da poter fare qualsiasi foto dirà qualcuno, ma secondo me un cellulare da un peso diverso alla fotografia, ogni click che facciamo diventa semplicemente uno dei tanti, molto probabilmente finirà a perdersi nella memoria del nostro dispositivo e magari non lo guarderemo neanche. Bisogna essere ben coscienti che in tasca o nella borsa si occupa dello spazio per fare foto, in questa maniera ci sentiremo sempre più motivati a osservare il mondo che ci circonda. Una scomodità forse, ma per una buona causa. Visto che ormai ho portato con me la macchina fotografica tanto vale guardarmi intorno piuttosto che averla portata per nulla. Credo sarebbe anche meglio che la macchinetta in questione sia analogica e non digitale, quando si scatta in analogico c’è sempre quell’alone di rispetto verso il mezzo fotografico che ci porta ad una diversa mentalità, scatto meno foto, ma migliori, più pensate, l’occhio non si addormenta e impariamo a raccontarci.

 

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